sabato 9 giugno 2012

Neuro '12: RUSSIA - REP. CECA 4 - 1


RUSSIA - REPUBBLICA CECA 4 - 1
ovvero
CHI DORME NON PIGLIA PESCI, MA PRIMA O POI ESCE DAGLI EUROPEI

Dite che non si può parlare di una partita non vista perché intanto si era impegnati a mostrare in un campetto di periferia le proprie doti tecniche appese al chiodo, che se guardi bene ormai c'è rimasto davvero solo il chiodo?
Forse è vero, non si può. Perciò racconterò di quando 22 anni fa, esattamente il 9 giugno del 1990, durante il Mondiale delle "notti magiche", ma più che altro in un afoso pomeriggio pugliese, allo stadio San Nicola di Bari la Romania dette due scoppole all'allora Urss del colonnello Lobanovski, con doppietta di Marius Lacatus, il gran bomber poi acquistato da Cecchi Gori per la sua Fiorentina a ennesima dimostrazione di quanto vengono sopravvalutate le prestazioni estive. Lacatus la stagione dopo fece 3 gol in serie A, quasi quanto i gol fatti all'Urss.

Ma che cazzo c'entra con Russia-Repubblica Ceca direte voi? "Un cazzo!", vi rispondo io, però almeno adesso sapete qualcosa che cinque minuti fa non sapevate.
Mentre sapevate già che Cech senza la maglia del Chelsea diventa uno Sterchele qualunque, che Arshavin non è poi così scarso come gli anonimi campionati dell'Arsenal vorrebbero dimostrare, che Pavlyuchenko è un attaccante di prim'ordine ma ha il nome troppo lungo per giocare in una grande squadra, e che il giovane Dzagoev promette molto bene, visto che al suo esordio da titolare ha segnato una bella doppietta e ha fatto vedere belle giocate. Per la cronaca Dzagoev è nato a Beslan, la città dell'Ossezia in cui nel 2004 l'occupazione di una scuola da parte dei separatisti ceceni portò alla morte di 331 persone. Per la cronaca Dzagoev è nato nel giugno '90, otto giorni dopo la sconfitta contro la Romania a Bari.

(Palese dimostrazione del fatto che Cech ieri sera non ha visto proprio nulla.)


venerdì 8 giugno 2012

Neuro '12: POLONIA-GRECIA 1 - 1


E così sono iniziati gli Europei di calcio meno attesi nella storia della tv a colori. Anche se pure quelli in Austria e Svizzera del 2008 non sono stati da meno: forse dovreste smetterla di accorpare nazioni che hanno il solo pregio di non essersi fatte guerra negli ultimi dodici anni.
Ho come l'impressione che prenderò a divagare di qui a poco, saltando comunque qualsiasi riferimento al calcio-scommesse, ai problemi tattici di Prandelli, ai giocatori della Juve che continuano a dire di aver vinto 30 scudetti no 28 no 21 no tre stelle no due stelle questa casa non è un albergo, no è un motel.
Intanto il Vicenza è andato in Lega Pro dopo quasi un ventennio tra serie A e serie B, e vorrei accompagnare questa triste discesa degli amici vicentini ricordando, assolutamente a memoria istantanea, la bella quaterna che Marcelo Otero andò a segnare in casa della Fiorentina l'8 settembre del 1996.
Dicevamo, sono iniziati gli Europei oggi, con il solito esordio della squadra ospitante, la Prussia. Ah no, era la Polonia. La partita non l'ho vista benissimo e tutta tutta tutta, quindi partiamo col commento.


POLONIA - GRECIA 1 - 1
ovvero
INVECE DI PROTESTARE CON L'ARBITRO, RINGRAZIA DIO CHE TI HA DATO LA FORTUNA DI GIOCARE A CALCIO NONOSTANTE QUEI PIEDI.


Mentre Federer e Djokovic si davano battaglia sul centrale di Parigi in maniera abbastanza degna, giocandosi la finale del Roland Garros, a Varsavia, terra di pontefici e ferri da stiro (boh..), Karagounis e Blaszczykowski (dai non fate i difficili e pronunciatelo "blascicoschi") portavano le loro squadre a farmi maturare l'idea di andare a fare la spesa.
No perché poi apri un articolo a caso della gazzetta e trovi che è stata una partita emozionante. Non quell'anticalcio che credevi di aver visto: spinte, lisci, rinvii a occhio, cross sbagliati, Samaras sulla fascia, lisci, cadute, Boenisch quel cesso del Werder tornato polacco dopo che aveva giocato nell'under 21 della Germania, lisci, inciampi, portieri senza cane da compagnia.
Al minuto non mi ricordo quale Kostas Chalkias non riesce ad opporsi al migliore schema della Polonia (palla a Blasci.... che corre verso la fine del campo e, prima che la palla esca, la tira fortissimo verso il centro dell'area), esce per prendere la sfera ma trova solo molecole di disapprovazione del suo pubblico già vessato dalla crisi economica. Polonia in vantaggio, gol di Lewandowski, che naturalmente dopo il gol è diventato il sogno proibito di Juventus, Chelsea e Varese.
Poi l'arbitro non mi ricordo come si chiama espelle senza motivo Papastathopoulos, che i più ricorderanno per non essersi venduto le partite del Genoa con Sculli solo perché non capiva cosa diceva. La Grecia in 10 nel secondo tempo però pareggia, con Salpingindis che approfitta di un'uscita suicida di Szczesny che grida "altolà al sudore" ma senza prendere la palla. Il portiere poi, non contento, fa un fallo da rigore e si fa espellere, compiendo l'unica cosa buona della sua partita: uscire e lasciare che la sua riserva pari il rigore a Karagounis, che i più ricorderanno tra i 7 nani da giardino della bulimica Inter di Moratti, insieme a: Emre, Okan, Robby Keane, Gamarra, Brocchi e Jugovic. Finisce uno a uno, ma soprattutto finisce.

(fermo immagine dell'arbitro mentre ordina due toast al formaggio a Paola Ferrari)

sabato 5 maggio 2012

IL FILM MUTO DI RASHID YEKINI

Non conta chi sei, quando sei nato, dove vivi e che lavoro volevi fare.
Non interessa al pubblico, ai giornalisti, ai massaggiatori, ai compagni, alle telecamere, agli arbitri e agli steward.
Non interessa a quelli che fanno i tabellini, non interessa alla rete, ai pali, alle traverse e nemmeno al dischetto del rigore. Non interessa al sospetto difensore che ti marca, non interessa ai riflettori, alle borracce e nemmeno ai cartelloni pubblicitari.
Non interessa al fischio d'inizio e al fischio finale, non interessa ai parastinchi e ai calci che hai preso. Ma non interessa neanche a qualche tuo allenatore, al suo presidente, al direttore sportivo e meno che meno al procuratore di vite.
Non interessa cos'hai mangiato a cena, forse a pranzo ti tengono d'occhio.
Così in realtà non interessa a nessuno se reciti, se fingi o urli davvero. E a nessun'altro interessa per dove hai corso, quanto hai corso e come hai corso. Non interessano le trasferte, i viaggi che hai fatto e le maglie sudate che hai cambiato. I pantaloncini sporchi di fango non interessano egualmente a nessuno, proprio come i calzettoni troppo alti o troppo bassi, i tacchetti che scivolano e quell'odore di scarpette e spogliatoio che si fa droga prima di qualsiasi cosa strana ti abbiano mai fatto bere.
Non interessano i mal di testa, le storte, le unghie incarnite, i mal di schiena, gli occhi annebbiati, la pancia che si apre e si chiude all'improvviso, lo stimolo della pisciata durante la partita, il campo che non finisce mai, l'avversario addosso e la sua puzza, quella si fastidiosa, le sue mani sul culo per farti innervosire.
Non conta niente, nulla di tutto questo. Ma i gol, solo e soltanto i gol. Perché tu sei un attaccante, e devi gonfiare la rete.
E tu, Rashidi, la rete l'hai gonfiata tante volte. Una volta l'hai pure presa a pugni, e minacciata.
Era il 21 giugno 1994: non sono sicuro di quanti anni avessi tu, io ne avevo 7. Ma ricordo che urlai, come te. E poi tornai in silenzio, come te.


sabato 31 marzo 2012

IN MEMORIA DI FRANCO. DEI MIEI RICORDI E DI UN TEMPO ANDATO



Lo ammetto, ho paura dei ricordi. Non sai dove ti portano, si rinnovano col tempo quasi fossero documenti da ricertificare, ed ogni volta che li ripensi si caricano di significati nuovi indecifrabili. Così quelle che noi crediamo fotografie fisse, in realtà sono canzoni ogni volta riarrangiate. Cambia il sound, e le parole e le immagini prendono un senso sempre diverso.

Quanti anni avevo nel 1989, prima della caduta del muro sovietico di Berlino e poco dopo i tuoi festeggiamenti di Trapani per una serie B mai tanto desiderata? Pochi, pochissimi.
E due anni dopo, nel '91, quando gli Usa avevano già dato la loro lezione a Saddam Hussein, e il giocatore con i piedi e la mano più forti del mondo fuggiva da Napoli per aver tirato coca nel momento sbagliato, e tu, dopo un Foggia-Triestina 5-1, giravi il perimetro del campo portando quel telo enorme con sopra disegnata una "A" che voleva dire "Aspettateci, stiamo arrivando"?
E ancora quanti ne avevo nel '92, a maggio, due giorni dopo che il tritolo di Capaci sbattesse in faccia a tutti la realtà di uno Stato sotto ricatto mafioso, e tu festeggiavi la fine di una grande stagione con un assurdo pallonetto a Van Basten e ben otto palloni raccolti dentro la porta, belli come otto schiaffi presi per risvegliarsi da una lunga dormita, aprire gli occhi e scoprire che comunque è domenica. Ed è festa.

Ecco, Franco, tu per me sei stato la domenica. L'adrenalina ineffabile che mi dilatava gli occhi quando sentivo odore di stadio, il profumo dell'erba, la puzza delle sigarette mai tanto amate, il conto alla rovescia per la messa che pareva non finire mai in una chiesa dove l'altare era la porta, e i miei sogni delle punizioni destinate a finire sempre sotto l'incrocio dei pali. Il tempo che si fermava perché undici casacche rossonere erano pronte a far rotolare una sfera bianca in quello che è stato e resterà il mio unico e solo teatro.
Ed io, ad occhi sempre spalancati, fissavo tutto, anche i dettagli più stupidi, perché sapevo che tutto avrei voluto ricordare di quelle ore che valevano una settimana. Niente avrà mai il fascino di uno stadio pieno che celebra i colori che ha addosso. La festa di una città che la domenica si ricordava comunità. E tu, dalla porta, ultimo baluardo e primo fuoco di quella macchina infernale.

La chiamavano bolgia, ma bolgia non sarà più. Nessuna coppa, promozione o vittoria restituirà mai a un bambino ciò che le tv, la politica e le banche hanno intanto sventrato. Oggi si banchetta e si brinda sulla carcassa di uno sport che era la vita di un popolo, che ti legava e ti faceva sentire legato. Ora invece si cerca di salvare il salvabile, ma un mondo è stato stravolto, e con esso anche i suoi ricordi.
Allora la vittoria che valeva 2 punti, il biglietto su carta normale che solo una fila enorme poteva strapparti, la tosse per quel fumo colorato, i rotolini bianchi a fondo campo, l'arbitro tutto di nero, gli striscioni liberi, i seggiolini occupati e la gente in piedi, nessuna telecamera a fare la spia, i tifosi avversari, mio padre, mio zio e mio cugino grande, i cambi di settore allo stadio che scandivano le fasi della crescita. E poi le maglie, dall'1 all'11. Perché il nome e il numero fissi sulla maglia servivano solo per il marketing.
Mentre tu, Franco, eri già, sei stato e sarai comunque il nostro "numero uno".

Adesso anche i ricordi più belli sono declinati con tristezza, perché attorno tutto è cambiato. E forse anche dentro. Ma so che quelle immagini resteranno per sempre, e sono loro debitore perché mi permettono di stare qui a scrivere un saluto a un uomo che non ho mai conosciuto direttamente, e a un calciatore che ho celebrato meno di altri venuti dopo, probabilmente più scarsi, certamente dimenticabili.
Insomma, piccolo in un mondo di giganti, forse non c'ero abbastanza, ma c'ero.  Quanto basta per ricordarmi di un Foggia-Sampdoria, anno '93. Finì 1-0 per noi, con il loro portiere (il famoso "secondo" Nuciari) che lisciò clamorosamente un rinvio regalandoci la vittoria.
Si vede che loro non hanno Franco Mancini. Pensai.



sabato 4 febbraio 2012

AGO

Pubblicato anche, e soprattutto, su Smalltownfoggia.net


Domenica 29 gennaio. Più o meno le 2e45 di pomeriggio.In una cittadina dalla lieta pronuncia come Monza, su un campo da calcio che di verde ha ormai solo il ricordo di partite andate, ecco una maglia bianca col numero 11 sulle spalle, e una ben più importante striscia diagonale rossonera sul davanti, che si trova a un metro dalla porta con un pallone da spingere in rete per il più classico dei gol facili: tiro imperfetto, sfera che va dove non avresti voluto mandarla, e portiere spiazzato.
Invece qualcosa va storto. Il numero 11 colpisce di interno collo, come si insegna ai ragazzini. Tira bene, pure troppo. La palla va dove deve andare, proprio lì dove l’aspetta il portiere, che senza cattiveria fa il suo dovere e tocca la sfera, mandandola fuori. Non avrebbe voluto, ma ha un’onestà professionale da preservare, e sui percorsi obbligati di certi tiri lui non può non farsi trovare.
Così il portiere guarda l’attaccante con la stessa bonaria severità con cui un poliziotto guarderebbe l’autista, appena multato, che nei pressi di un posto di blocco ha sorpassato a destra, senza cintura di sicurezza, con il bollo scaduto e un fanale rotto: sarai pure un incrocio tra Saviano e Madre Teresa di Calcutta, ma capisci che non mi hai lasciato scelta.
Kolawole Oyelola Agodirin, il nostro numero 11 in maglia bianca e striscia diagonale rossonera sul petto, in questi due anni di gol così ne ha sbagliati tanti. Forse troppi. Roba da farti uscire di bocca parole come “oh ma cum cazz ha fatt?”, oppure “ma n’do l’hann pigghj’t a stu scarpon’!”, o ancora “no vabbè ij a quist n’u vogghj vedè chiù ind ’u camp!”. Ma spesso i sogni si avverano, e come per magia da domenica AGO in campo col nostro Foggia non lo vedremo davvero più.
Viene da chiedersi dove sia allora l’errore, o il senso di queste righe di saluto. E’ morto per caso questo Agodirin? Ha lasciato dei debiti in qualche locale foggiano? Aveva un ruolo di primo piano nel legame tra lo staff tecnico e la società? Abbiamo per caso perso un talento cristallino pronto a sbocciare in altri lidi? Niente di tutto questo. Però mi spiace, e forse so anche spiegarmelo.
Di gentaglia, sotto il rosso e il nero di questa casacca maledettamente bella, ne ho vista passare parecchia; ho ammirato ottimi giocatori, vecchi faticatori, anonimi tristi meteore, scarponi indimenticabili e stelline dimenticabilissime; ho imparato a non vedere in nessuno di questi una ragione in più per alimentare la mia fede, che è qui e resta, mentre mille altri sono passati e passeranno, lasciando poco più che statistiche e immagini isolate.
A loro, ai calciatori, zingari del nuovo millennio che cambiano anche tre squadre in una stagione e di cui spesso faccio fatica a ricordare i nomi, non dedico mai più di un “ciao”.
Ecco allora dov’è il segreto: AGO mi ha ricordato che ci si può anche affezionare a un calciatore, nel modo più semplice possibile, senza paraculate di nessun genere.
Vederlo correre sempre fino ai crampi, e poi sbagliare, confondersi, cadere e rialzarsi ancora per riprendere a correre, mi ha fatto sentire la dignità della maglia rispettata come se per una volta un coro della curva fosse stato messo in pratica davvero.
Il sacrificio e la voglia di mettersi in discussione, ancor prima delle abilità tecniche. Un sorriso da persona normale, accompagnato a gesti da persona normale, col sottofondo di parole da persona normale. Fuori e dentro il campo.
E poi i gol, che pure li ha fatti. Inutile riportare statistiche.
Ti dico grazie per Benevento: al novantesimo minuto, dopo una gara di corsa e botte, ancora uno scatto di cinquanta metri, un pallonetto docile e un brivido lungo la schiena. Per la vittoria, per il nostro urlo mozzato da uno schermo, per il tuo pianto, di fatica ed emozione.
Ti dico grazie per la trasferta al Flaminio, forse l’ultima vera gioiosa trasferta del popolo foggiano, nonostante quella casacca rossa similbarese: due gol, e il bello di scoprirti uno su cui poter fare affidamento.
Ti dico grazie per il pareggio col Gela: per essere scappato più forte dei difensori siciliani inferociti.
Ti dico grazie perché sarai pure scarso, ma era da tanto che non vedevo qualcuno stendersi a terra in lacrime con la mia maglia. E poi rialzarsi e sorridere. Buona fortuna AGO. Buon futuro.