sabato 14 giugno 2014

WarCup '14: CILE-AUSTRALIA 3-1

CILE-AUSTRALIA 3-1
ovvero
L'AUSTRALIA NON VA IN FASCIA PROTETTA

Contro un'Australia falcidiata dalle assenze di tecnica, resistenza, talento e storia calcistica, chiunque, anche la Spagna, avrebbe avuto vita facile. Gli unici piedi buoni della squadra allenata dall'allenatore dell'Australia sono quelli di Bresciano, ma il sosia di Giuliano Sangiorgi, nonché l'ex tuttofare di Parma, Palermo e di un'altra squadretta di merda, viene isolato dal gioco della squadra perché anche a Sidney nel frattempo sono arrivati i Negramaro e in Australia, terra di risiko e deserto non ci si prenda in giro, le cacate saltano subito all'occhio.

D'altro canto era giusto che il Cile, che in carriera al massimo è arrivato terzo nel '62 e ha rotto un po' il cazzo a noi nel '98, si prendesse il ruolo di gran seccatore del girone e facesse salire decentemente l'attenzione per le partite seguenti, speziate dal dubbio "E se i campioni del mondo in carica non passassero il girone?". Mi ricorda qualcosa.
E sul palco dell'umidità brasiliana (l'umidità al 100% è la grande scoperta dei giornalisti Rai che evidentemente fino a oggi non sapevano come si formasse la rugiada), i veri protagonisti non sono stati il rimpallo di culo di Sanchez né il tiro all'incrocio di Valdivia né il colpo di biliardo (questo sì, non quella ciabattata da infradito di Neymar) di Beausejour e nemmeno lo scazzo di Vidal che voleva vincere facile ancora un po'.

No. La vera protagonista è la tenerezza della carica che Cahill, bandiera samoana dell'Everton cresciuto nel Millwall, ha cercato di dare ai suoi dopo il momentaneo 2-1 (peraltro dimostrando quanto il portiere Bravo inciderà negativamente con una qualsiasi squadra che sappia tirare da fuori). Commovente. Come un decreto anticorruzione che tanto nessuno leggerà e allora tanto vale scrivere un po' di parolacce nel testo, come Mirante portato come riserva e poi «Niente Antò, se portiamo un altro del Parma la Fifa non ci fa giocare».

(di Ligas)


"Ma che davvero c'è la telecamera dentro?"

venerdì 13 giugno 2014

WarCup '14: SPAGNA-OLANDA 1-5

SPAGNA-OLANDA 1-5
ovvero
NON C'ERO. E SE C'ERO, ERO CASILLAS

In faccia. Diretto, come uno schiaffo, una sberla. Una cinquina, per l'esattezza. Anzi, una manita, come sta tanto caro ai signori di sua maestà il re abdicante Juan Carlos, che forse aveva già avvertito aria di botta sui denti, e ha messo le mani avanti per non perdere così indegnamente col suo collega rivale Guglielmo Alessandro di Orange-Nassau. Che non è un succo di frutta, ma il re dei Paesi Bassi.
Anche se stasera i sovrani di Olanda sono soprattutto due ragazzi da poco trentenni. Di mestiere fanno i calciatori, due attaccanti bravi, figli di una generazione che è riuscita nell'impresa di vincere ancor meno del pochissimo che hanno sempre vinto gli olandesi. Perché loro sono così, montano, teorizzano, rivoltano, pregustano, quindi divorano tutto, con feroce bramosia, saziandosi ai primi assaggi, e arrivando alla fine senza più fame né cattiveria alcuna, lasciando il piatto all'avversario.

Ma dall'altra parte stasera c'era la Spagna, che quattro anni fa, nella finale dei Mondiali in Sudafrica, a quelli in maglia arancione aveva tolto il boccone sul più bello, con un'inculata supplementare di Iniesta tanto profonda da essere poi diventata una posizione sessuale ufficiale nei quartieri a luci rosse di Amsterdam.
E anche a sto giro sembrava dovesse andare così, quando Xabi Alonso ha realizzato il rigore procurato da un fallo tanto dubbio quanto stupido di De Vrij, che scivola in area convinto di essere a un corso di lap-dance, e abbatte Diego Costa portandolo al suo livello morale.

Poi non succede nient'altro che la dovuta riproposizione di una delle leggi che regolano del mondo: quando sei sicuro di avere una cosa, e non te la prendi, poi la perdi.
Le furie rosse fanno un paio di ingressi trionfali in area olandese, senza però portare via niente; e al primo tentativo seguente, Van Persie, primo sovrano reggente, si tuffa per raccogliere la credibilità difensiva di Sergio Ramos e uccella di testa Iker Casillas. È l'inizio dell'inizio.
Nel secondo tempo la Spagna entra con l'ardore e la condizione atletica buone per un corso di taglio e cucito, così ogni cross, azione, passaggio o presa di posizione politica dei blu-arancioni diventa atto di derisione.
Dai due o tre raid di Robben, secondo sovrano reggente, che seminano incredulità e stupore nella vita dei difensori spagnoli, all'Erasmus del già noto De Vrij, che stanco di fare male il difensore, va a prendersi glorie di testa approfittando della porta vuota perché Casillas è in cassa integrazione forzata da qualche spinta di troppo.
Eppure, quando c'è, la differenza è poca. Il 4° gol degli uomini del generale Van Gaal è frutto di uno suo passaggio, dichiarato come l'omosessualità di Lady Oscar; nel quinto, invece, gioca a spalmarsi per terra, come un filadelfia su una fetta di pane qualunque. Pronta per il morso olandese.


Van di Spagna

WarCup '14: MESSICO-CAMERUN 1-0

ovvero
L'UNICO LEONE BUONO, È IL LEONE DI LERNIA

Un tedesco messo a insegnare catenaccio a comuni giocatori africani, che calcano i campi di mezzo mondo in maniera tutto sommato anonima (se si esclude Samuel Eto'o, il camerunense più conosciuto è Benoit Assou-Ekotto, che è il nome di uno shampoo per farti sporcare i capelli), non può che rovinare quel po' di genuina anarchia tattica che ha sempre valorizzato pregi e difetti del calcio del continente nero.
Ne risulta che il Messico, una sorta di Piacenza di Gigi Cagni soltanto con un attaccante più forte di Totò De Vitis, pare invece la Fiorentina di Trapattoni in una delle sue giornate di grazie, ossia quando vinceva con un gol di scarto.
Che poi, in realtà, i verdi del ct Miguel Herrera, uno che pare un incrocio tra la Sora Lella ed Eziolino Capuano (se non sapete chi è, vi consiglio di cercare su YouTube), di gol ne avrebbero fatti altri due, di cui uno regolare come la lotta No Tav, se l'arbitro e l'assistente di linea, entrambi ex giardinieri colombiani, non avessero saltato la lezione sul fuorigioco nel loro corso di formazione.
In tutto questo, direte voi, ci sarebbe una partita da raccontare. Ecco, per queste stronzate andate su Sky, che qui si parla di pallone. La rete della vittoria la sigla comunque Oribe Peralta, solo omonimo di quel pizzacagnolo passato anni fa per l'Inter, attaccante trentenne famoso per aver fatto vincere la medaglia d'oro ai messicani alle Olimpiadi di Londra 2012, e anche perché ha rivelato di essere cresciuto con in camera il poster di Roberto Muzzi perché un suo amico stupido gli aveva detto che era Roberto Baggio.



Cucu? Eto'o!

giovedì 12 giugno 2014

WarCup '14: BRASILE - CROAZIA 3 - 1

BRASILE - CROAZIA 3-1
ovvero
FRED CHE CANTA A LOVREN: "SE MI LASCI NON VALE"

Un arbitro giapponese: papà non approverebbe. Dico sul serio, quando Nishimura ha dato quel rigore brutto come un concerto di Amedeo Minghi, io mi sono girato verso Osvaldo (nome di fantasia) e gli ho detto: "Pasquà, papà non approverebbe!".
La prima partita del Mondiale testimonia comunque che i contestatori per le strade di San Paolo hanno ragione: troppi sprechi per questa Coppa del Mondo, come ad esempio quello di invitare le avversarie. Cazzo servono se hanno già deciso che deve vincere Neymar? (Non il Brasile).
I turbo-serbo-croati tra l'altro erano pure andati in vantaggio per primi, con un autogol di Marcelo, uno a cui Fascetti  non avrebbe fatto fare nemmeno un provino come Mocio Vileda, ma che per il resto del mondo è un ottimo esterno. Decisivo in ogni caso è l'affondo sulla sinistra di Ivica Olic, classe 1979, gli ultimi quindici dei quali passati a dribblare l'alcolismo come hobby.
Ma nella Croazia si sente la mancanza del bomber Mandzukic (quello che lo sostituisce, Jelavic, ha evidentemente bisogno del vostro 8x1000), e soprattutto del portiere, perché Pletikosa è uno a cui piacciono le cappelle molto più di Michelangelo, e se sul rigore del 2-1 di Neymar è colpevole solamente di spingere la palla nella propria rete con la nochalance di un Francesco Schettino qualunque, sul primo (ancora di Neymar) e sul terzo di Oscar si tuffa a terra con una lentezza tale che il replay non riesce a stargli dietro, mostrando l'agilità tipica dei portieri durante una TAC.



Uomo partita: Sofia Lovren

Perché guarderò i Mondiali in Brasile, perché sento il bisogno di scriverlo


Sì, guarderò i Mondiali 2014.
L'ho deciso adesso, o ventisette anni fa, quando sono nato con in testa la voglia di veder della gente in calzettoni dannarsi l'anima per ficcare una palla dentro una rete retta da legni bianchi.

Guarderò la Coppa del Mondo perché lo so che il Brasile ha grossi problemi di povertà, sfruttamento e controllo sociale. Come tanti altri posti del mondo, dove però insieme al business non arriva neanche l'interesse dei media, e quindi quello vostro, nostro, e mio, continuamente indirizzato dove altri vogliono che sia indirizzato.
Guarderò, ma già lo sapevo, la World Cup; nonostante abbia un nome di merda, un impianto organizzativo fatto di affaristi collaudati con i migliori meccanismi mafiosi, e sia retta da un sistema di mega-sponsor la cui esistenza, se non è il motivo principale della macroscopica diseguaglianza che rovina il mondo, poco ci manca.

Guarderò il Campionato del Mondo della Fifa, seppur disgustato dalle botte della polizia, che è repressione ovunque, in qualsiasi luogo ci siano lotte sociali, in qualsiasi posto si manifestino i segni del conflitto, che condivido ogni qual volta porta avanti istanze condivise, inclusive, libertarie, anti-razziste e sostenibili. E che spero possano usare il volano mondiale per arrivare a destinazione.
Guarderò, e non credo di aver mai pensato di fare altrimenti, anche se in un mese tutto può sempre accadere, questo calcio ingurgitato dal marketing, dalle bolle che ne alimentano il circuito finanziario, dal sistema mediatico che decide cosa, come e quando deve succedere; e me ne farò ulteriore cruccio, fino ad un'estrema presa di coscienza, di cui non vedo ancora la sagoma, ma che non voglio trasformare in pretestuoso integralismo di maniera.

Guarderò le partite perché mi piacciono; perché non so fare altro; perché ciò che è umano, con i suoi errori e le sue storture, va metabolizzato attraverso i principi e le idee che ci appartengono, attraverso ciò che ci costituisce e ci distingue.
Guarderò i Mondiali, perché voglio scriverne qui. Forse un'ultima volta.