sabato 4 giugno 2011

IL GIORNO IN CUI IL PASSATO TORNO' AD ESSERE PASSATO

"C'è qualche cosa di sbagliato nell'amore, c'è che quando finisce porta un grande dolore.."

Lo cantano i Marlene Kuntz. Parole che mi sono tornate in testa oggi allorché, per la prima volta nella mia vita, ho sentito dei foggiani accostare il nome di Zdenek Zeman a concetti oscuri come "tradimento" e "irriconoscenza". Anzi, più che concetti oscuri, vere e proprie accuse, pesanti come quei dubbi che neanche l'evidenza dei fatti riesce a lavare via. Macigni pieni di rabbia e sconforto, un impasto su cui purtroppo si reggono molte coscienze foggiane.
Un allenatore che lascia una squadra di calcio è uno degli avvenimenti più naturali del mondo. E a nessuno verrebbe mai in testa di chiedere motivazioni, implorare ripensamenti, decifrare sospiri e espressioni facciali: roba da tifosi. Folli adepti di una religione che, come tutte le manifestazioni di culto, ha anch'essa i suoi profeti, i suoi totem e le sue divinità.
Ci sono quelli, pochi, che celebrano indiscutibilmente la "maglia", emblema di quella tradizione che si autopreserva da sé, per il solo fatto di esistere, indipendentemente da chiunque le renda onore o disonore.
Ci sono altri invece, meno integralisti e purtroppo un po' più numerosi, che legano l'appartenenza alla propria squadra del cuore all'esistenza di un progetto almeno in prospettiva vincente, spesso attendendo da un campo di calcio quelle soddisfazioni che la quotidianità stenta a regalare.
E ci sono poi tutti gli altri, il resto dei tifosi insomma: più o meno attaccati; più o meno costanti; più o meno partigiani; accomunati da un solo grande tratto, quello di restare emotivamente ed idealmente legati ad alcuni dei personaggi entrati a far parte nella storia della loro squadra. Ai limiti dell'idolatria.

Ecco, l'idolatria: Zdenek Zeman a Foggia non è, e non sarà mai, un personaggio "normale". Merito o colpa di chi ha vissuto l'epoca d'oro della macchina da gol che regalava spettacolo sui campi verdi di tutta Italia.
La memoria non è un delitto. L'esaltazione di una realtà provinciale a laboratorio filosofico e pratico di un nuovo modo di fare calcio, con addirittura l'invenzione di un nome, "Zemanlandia", che servisse a identificare la residenza di un non-luogo; le soddisfazioni nella massime serie di una squadra ciclicamente destinata alla terza serie; la sorpresa, per il calcio dello spreco forzato dell'epoca, di un club povero che arriva a mettere paura con le sue risorse limitate; tutto ciò non è fantasia, è stato vissuto sulla pelle da molti. E seppure la retorica abbia esasperato col tempo certi elementi della storia, attribuendogli un valore mitico ai limiti del ridicolo, sarebbe altrettanto ingenuo non riconoscere ciò che è stato il calcio a Foggia negli anni di Zeman. In una sola parola: gioia.

Dopo di lui, che torna anche come spartiacque storico, le gioie per i tifosi rossoneri son state sempre meno, e sempre di più sono stati invece i rischi di vederlo chiuso una volta per tutte questo baraccone chiamato Us Foggia. D'altro canto anche Zeman ha collezionato più infortuni che applausi, e di lui s'è finito per parlarne più fuori che dentro il campo. Ma in tutto questo susseguirsi di annate più o meno deludenti, con la sorpresa negativa sempre pronta a far la sua parte (Avellino, 17 giugno 2007), per questa città il nome di Zeman è sempre rimasto lì, intonso, chiuso nella teca come le reliquie di un santo, e pronto ad essere tirato brutalmente in ballo ogni qualvolta si balenasse l'opportunità di sperare in una rinascita sportiva.

Poi, il 14 luglio 2010, a Foggia succede ciò che si riteneva impensabile: di nuovo il patron (che per forza economica ora è piuttosto un "garzon") Pasquale Casillo; di nuovo Peppino Pavone; di nuovo Zdenek Zeman. Di nuovo "Zemanlandia"? No. Forse un abbaglio, buono solo per tirar su qualche copia dei giornali; sicuramente una stagione positiva, ma niente di ché.
D'altronde, rimarcherebbe qualcuno, come si può rifare qualcosa che non è mai esistito?! Sarebbe come voler rifare lo stesso sogno fatto anni addietro. Gli innamorati dell'allenatore boemo non capiscono: ma come si può non preferire Zeman a qualsiasi altro allenatore sulla faccia della terra? Questione di estetica, di spirito, di virtù dell'uomo prima che del tecnico. A Foggia effettivamente c'è poco di cui gioire, e un personaggio di questo valore è meglio non farselo sfuggire. I risultati sono un dettaglio; ed anche se tutti vorrebbero vincere, all'uomo di Praga si perdona tutto.

La speranza di un futuro migliore colma anche gli appetiti più insaziabili, e per il Foggia Zeman è speranza e insieme garanzia di un futuro migliore. Si chiude gli occhi e si inizia a sognare. Ma qualcosa non va come tutti si aspettano, com'era logico che fosse per ricreare "Zemanlandia2", e non si fa in tempo a riaprire gli occhi che tutto pare un incubo. Inutile rifare la cronaca: il mister lascia il Foggia e i foggiani.
Una piazza intera ci rimane di stucco. Non capisce. E' durato tutto troppo poco, dev'esserci un errore. La realtà a volte si sbaglia, rimandate indietro la giornata, non può essere. Invece è così: Zeman ha deciso, molto semplicemente. Perché semplice è la vita delle persone.
Ma se alle persone si sostituiscono i miti, le divinità, gli esseri sovrannaturali, capire diventa più complicato. Quasi impossibile. Come chiedere a dio: perché mi hai abbandonato? La fede è la risposta a tutto. Devi accettare il destino. E invece no! C'è sempre un punto in cui l'idolatria arriva a far pugni con la realtà: bisogna richiamare l'attenzione, fare di più, offrire il vitello più grosso, sicuri che prima o poi la storia riprenderà il suo corso regolare. Follia. Pura, sincera e rispettabile, ma pur sempre follia.

Poi arriva il colpo duro, quello dell'ufficialità completa, la più difficile delle prese di coscienza, stazione ultima di ogni ossessione. E lì, dove in alcuni è diffusa solo una cocente delusione, mentre in altri vi è addirittura una paradossale negazione dei valori di colui che fino al giorno prima era innalzato al rango di "Messia", si fa largo per i più idolatri una vera e propria epifania della morte. C'è da elaborare un lutto, qualcuno è venuto a mancare, la sensazione è che tutto attorno stia scomparendo, nulla ha più senso.

E invece è successo l'esatto opposto. Una rinascita, aldilà della serie in cui si giocherà.
Zdenek Zeman non aveva mai lasciato Foggia. Il 1994 è sempre parso qui dietro l'angolo, pronto a riprendere il suo cammino alla prima occasione buona. Il passato aveva smesso di essere ricordo per essere invece misura e forma di ogni possibile futuro. La gloria di un'era idilliaca aveva trasformato in agiografia i limiti e le peculiarità di un uomo. Pulito, intelligente, preparato, ma pur sempre soltanto un uomo.


Quell'uomo che oggi, dopo 17 anni, ha davvero abbandonato Foggia. E l'ha liberata da un'ossessione.
Grazie Zdenek.

giovedì 19 maggio 2011

DOMINGOS PACIENCIA: I MERITI DI UN PERDENTE

Il male peggiore di quest'epoca è senz'ombra di dubbio la pressoché piena incapacità di saper riconoscere il merito dove esso realmente si colloca.
In altri termini la meritocrazia non è affare che ci riguardi. E non lo sarà mai finché continueremo, o per meglio dire continueranno, i cosiddetti mediatori o pseudotali, a valutare una persona in principio per il suo appeal comunicativo, e soltanto dopo per ciò che è stata oggettivamente capace di fare. A colui che sa fare, insomma, si preferisce innanzitutto colui che sa farsi raccontare. Perché altrimenti ci sarebbe bisogno di capire, di elaborare, di spiegare; e chi fa questo lavoro, diciamo chi fa il giornalista, pare ormai sempre meno avvezzo a queste pratiche.

Prendiamo ad esempio il calcio ("eh finalmente!", direte voi, che di certo non avete aperto questo blog per leggere inutili disquisizioni sociologiche, visto che quelle le trovate già sui vostri bellissimi link di feisbuck); la semplicità di questo sport, che è poi anche il presupposto primo della sua fama, permette infatti a chiunque, persino a gente dalle ridotte capacità intellettive come me ed Enrico Mentana, di comprendere e rielaborare concetti di cui altrimenti non sapremmo nemmeno l'esistenza.
Ecco allora che per spiegare il senso di questa assenza di meritocrazia mi torna subito utile la finale del fantasma di quella che era una volta la Coppa Uefa, tale Europa League, disputatasi appena ieri sera in quel di Dublino (in uno stadio senza le curve, sogno nel cassetto di molti degli stupratori che governano oggi il calcio), e che ha visto trionfare il Porto, vittorioso per 1a0 sullo Sporting Braga in un derby tutto lusitano addomesticato da un unico fondamentale leitmotiv: la noia.

Ma non m'interessa parlare della partita in sé, anche perché ci sarebbe davvero ben poco da dire. Vorrei concentrarmi piuttosto su quel che è stato il racconto di questa finale, anche se più che racconto si potrebbe parlare di monografia. Si, perché su internet, tv e carta stampata non si è parlato d'altro che di lui, André Villas Boas: allenatore del Porto; nuova stella della panchina; the Special Two, per meglio intenderci, essendo considerato l'erede naturale di José Mourinho.
Villas Boas da ieri è il più giovane allenatore a vincere un trofeo europeo, in questa sua prima stagione alla guida del Porto "rischia" di vincere tutte le competizioni (quattro) a cui ha partecipato, la sua squadra gioca bene, vanta nel suo curriculum la raccomandazione eccellente di buonanima sir Bobby Robson di cui è stato allievo, ed è stato collaboratore di Mourinho per tanti anni: ha quindi tutte le carte in regola per diventare un grande allenatore e un grande personaggio, e si merita appieno la fama che lo sta circondando.
Tutto troppo facile però. Scontato. Roba buona per il chiacchiericcio di tv e giornali appunto. Allora saltano agli occhi le incongruenze. E non per colpa di Villas Boas, sia chiaro, che pare pure un tipo simpatico, ma per quel maledetto e ignobile vizio di mettere in risalto solo chi poi fa notizia.

Così torno alla finale di ieri, alla vittoria meritata del Porto. E penso al Braga, che era davvero troppo scarso per contendere la coppa ai più famosi cugini e campioni nazionali.
Penso agli attaccanti schierati ieri; ad Albert Meyong, camerunense col fiuto del gol, ma con le narici evidentemente tappate; e ai due brasiliani Paulo César e Rodrigo Lima che insieme hanno segnato più o meno quanto ha segnato il colombiano Falcao, del Porto, nella semifinale d'andata contro il Villareal.
Penso al povero terzino sinistro Silvio, che a soli 23 anni ha già fatto più lisci di quanti ne abbia mai fatti Pancaro con la Lazio.
Penso al centrale peruviano Albert Rodriguez, difensore col vizio del gol. Del gol avversario però.
Penso al difensore Kakà, che non è parente del brasiliano del Real Madrid, e come difensore non è parente nemmeno di Porrini o Mirkovic.


E penso infine, soprattutto, al signor Domingos Paciencia, 42enne allenatore di questa cesta di brocchi senza gloria.
Di lui non ha parlato nessuno, se non per la curiosa fatalità per cui, ai tempi in cui giocava nel Porto, fu proprio un commento sulla sua posizione in campo a far scaturire l'idillio tra l'allora mister Bobby Robson e un giovane vicino di casa che divenne suo collaboratore, prima di intraprendere una propria carriera da allenatore.
Volete sapere chi era questo giovane vicino di casa rompicoglioni? Il suo nome è André Villas Boas. Proprio così, sempre lui: un incubo. L'incubo di un uomo baciato dalla sorte in ogni suo gesto.
Un contenitore di successi in cui tutti gli altri, esattamente com'è accaduto al nostro caro Domingos, diventano aneddoti, comparse; si dissolvono anonimi con le loro storie e i loro meriti.
Domingos Paciencia allora resta colui che ha perso, lo sfidante, uno dei tanti. Destinato al sottoscala del "c'ero quasi".


Ma non è sempre così. Non funziona solo come vuole la comunicazione. Almeno non qui. E allora parlerò dell'impresa di un uomo che ha portato una squadra di umili e modesti scalciatori a contendere ai ricchi, belli e famosi cugini di Oporto il secondo (su due) più importante trofeo europeo.
Certo il Braga ha perso, dando quasi un senso di impotenza contro un avversario enormemente più forte. Ma proprio qui scatta il grande merito di Domingos Paciencia: aver messo degli uomini davanti ai propri limiti.
Aver trascinato un gruppo di atleti fino alla massima aspirazione sportiva per loro concepita da madre natura.
Aver dimostrato che, se vuoi, puoi. Sempre però con un po' di fortuna. Perché un merito senza fortuna è un merito. Ma un merito con un po' di fortuna diventa un successo.


(L'espressione entusiasta di Domingos Paciencia alla notizia che gli avrei dedicato un post)

domenica 8 maggio 2011

I SEGRETI DEL MILAN NEL CAMPIONATO DELLA NOIA

Eccola, sento l'adrenalina che defluisce pian piano tra una vittoria scontata che viene e una sconfitta all'ultima spiaggia che va. Siamo agli sgoccioli della stagione, tiriamo le somme e cerchiamo di dare un senso un po' più generale  alle giornate, agli episodi e alle emozioni vissute, sparpagliate qua e là come le risse in una partita del Real Madrid.

Quando finisce il campionato in fin dei conti si è sempre un po' tristi.
Quando finisce un campionato però, sia chiaro, non quando finisce la nostra serie A. Parliamo di due cose diverse. Il nostro non è un campionato, è un circo triste. E quando finisce, perché ormai è pressoché tutto deciso anche se ufficialmente mancano ancora due giornate, io non posso far altro che rallegrarmi.
Questa è stata una stagione a dir poco terribile. C'è stato un gran numero di partite in cui davvero sarebbe stato più divertente tagliarsi le vene e fare una gara di velocità tra i rivoli di sangue. "Perché cazzo le hai viste?", mi chiederete voi allora. Ed io vi rispondo: se non le avessi guardate, come avrei potuto scriverlo sto post adesso, geni?!

Vediamo un po'. Ha vinto lo scudetto il Milan. "E sticazzi!?" mi sembra la risposta adatta alla domanda. Ma anche se non era una domanda, va bene lo stesso.
Ha vinto la squadra più forte, o se non altro sicuramente quella con più analfabeti, da Gattuso a Cassano, passando per Van Bommel (si beh conosco l'olandese, cazzo volete?!..); ha vinto la squadra che lo ha meritato, come si dice in questi casi quando non si ha nulla di più intelligente da dire o quando si è Massimo Mauro; ha vinto la squadra più continua e più solida, direbbe uno che vuole farsi figo con termini vacui che servono solo a riempire quei servizi di "Studio Sport" con cui incarto tanto bene il pesce.
Ha vinto la squadra con più giocatori, direi io. Si certo si tratta di giocatori validi, per carità, altrimenti in testa ci sarebbe stata anche la Juventus, che pure ne ha tanti di giocatori, tra cui però purtroppo per loro molte pippe. Resta il fatto che il giovane (per le misure di questo paese) allenatore del Milan, Massimiliano Allegri, ha avuto un giocatore ogni qualvolta rischiava di restare scoperto un mezzo ruolo. E così è obiettivamente più facile, come insegnava la storia proprio col Milan di Fabio Capello, che a inizio anni '90 poteva contare su due potenziali squadre di grandi campioni, i quali spesso neanche sapevano di giocare nella stessa squadra.


Dunque se c'è una dote che non si può non riconoscere a questo Milan, questa è proprio la completezza. Niente ruoli scoperti. Niente lacune. Alcuni esempi:


 - Mancava un diacono? Ecco Nicola Legrottaglie! Non credo abbia mai giocato col Milan, e se l'ha fatto lo sanno solo lui e dio. Davvero... Eppure sabato sera è stato uno dei primi a schizzare dalla panchina per festeggiare il tricolore. Credevo che in certe religioni contasse anche un minimo senso del pudore. Forse lui crede di aver contribuito pesantemente con le sue preghiere. Le stesse che facevano i tifosi del Milan sperando di non ritrovarselo mai in campo.


 - Serviva un turista per caso capitato nello stadio per prendersi gli immeritati demeriti di una sconfitta? Ecco Marco Amelia! Con l'aria di chi s'è fatto fregare i cerchioni dell'auto e resta in giro a cercarli, vaga per la stagione rossonera collezionando 7 presente e 12 gol subiti. Ah si, è vero: vi dovevo ricordare che Amelia è un portiere...


 - Necessitava Allegri di un terzino per una serata perché Zambrotta era ancora infortunato e Antonini il lunedì non può giocare essendo di turno al pub? Ecco Marek Jankulovski, 72 minuti contro il Napoli a San Siro e forse una scommessa con Allegri: se riesci a farmi giocare più di un'ora contro la seconda in classifica e vinciamo lo stesso lo scudetto, tu sei un mago! Qua la mano mister, scommessa vinta..


 - Occorreva al Milan un parrucchiere con l'hobby dei festeggiamenti alcolici? Ecco Massimo Oddo da Pescara, che si ritrova ogni tanto a giocare ancora qualche partita solo per scontare una vecchia condanna per un orrendo taglio di capelli; condanna che gli fu poi commutata in 300 minuti di servizi sociali da svolgere sulla fascia destra del Milan.


 - Serviva una controfigura di Abate per le scene più pericolose? Ecco il  giovanissimo Alexander Merkel!


 - E infine serviva un olandese di colore con le treccine (che poi però se l'è tagliate), perché il Milan non può vincere uno scudetto senza uno di colore con le treccine, anche se poi se l'è tagliate? Ecco Urby Emanuelson! Il vero segreto di questo scudetto del Milan. Anzi, più segreti di così si muore...


(Una foto di Barbara Berlusconi e Pato, per dimostrare che a noi del gossip non interessa nulla)

mercoledì 6 aprile 2011

UN POST SU BALOTELLI, CELEBRANDO RYAN GIGGS

Stasera, al 24' minuto di Chelsea-Manchester Utd, io ho pensato a Mario Balotelli.

Stasera allo stadio "Stanford Bridge", quand'erano circa le 21:09, è successo questo: il signor Ryan Joseph nato Wilson, ma oggi ufficialmente noto col cognome della madre (la signora Lynne Giggs), con 37 anni e mezzo nelle gambe, si è visto arrivare un lancio da trenta metri dall'altra parte del campo; allora ha fermato la palla dinanzi a sé facendole fare nello stesso tempo uno scatto in avanti che ha messo fuori causa il difensore avversario, costretto a inseguire non solo la palla ma anche lo stesso signor Giggs che era partito prima di lui perché già sapeva dove sarebbe andata la palla, ossia verso la linea di fondo campo; prima della quale il signor Giggs l'ha gentilmente accarezzata verso un suo compagno fermo a centro area, concedendogli quella gloria tutta particolare che si concede ai marcatori, spesso banali finalizzatori di bravure altrui.

Ecco, mentre realizzavo e rivedevo ciò che aveva fatto il signor Giggs, io pensavo a lui: Super Mario Balotelli, il bad-boy del calcio italiano, o come cazzo lo volete chiamare.

Pensavo a questo figlio di immigrati a cui il destino ha concesso più di quanto non verrà mai concesso a migliaia di altri ragazzi nati nelle sue stesse condizioni; e questa di certo non sarà una sua colpa, ma ricordarsi ogni tanto da dove si proviene può aiutare per capire quanta strada è stata fatta.
Pensavo a lui che ha il record di aver fatto l'esordio in serie C1 a soli 15 anni, 7 mesi e alcuni giorni.
Pensavo a lui che proprio tre anni fa, il 6 aprile 2008, a neanche diciotto anni segnava a Bergamo, con la maglia dell'Inter, il suo primo gol in serie A.
Pensavo insomma, mentre la tv passava l'azione di quel vecchio tizio gallese che quasi da solo aveva costruito il gol del vantaggio dei red devils a Londra, a questo ragazzo italo-ghanese dalle potenzialità (tecniche ed economiche) precoci ed enormi.

Riflettevo, quindi arrivai a una semplice conclusione: non esisterà gol, assist, gesto tecnico, record, prima pagina, modella strafiga o contratto milionario che potrà mai concedere a Mario Balotelli un millesimo della grandezza di quel tizio gallese.

Quel tizio che a 18 anni si impegnava ad eliminare con forza dalla sua vita l'unica cosa che non si può dribblare, ossia il proprio passato. E richiudeva così nel cassetto del dimenticatoio ciò che più aveva odiato, la violenza del padre insieme al suo cognome e alla sua nazionalità inglese, per dedicarsi alla causa del Galles e cercare di entrare nella storia del calcio con un altro cognome più degno, quello della madre.
Quel tizio che ha solcato la fascia sinistra del Manchester United e deliziato gli occhi di tutti gli amanti del calcio per più di 860 volte, senza mai farsi ricordare per altro che non siano giocate da maestro di questo sport.
Quel tizio che ha vinto quasi ogni trofeo esistente, e sempre da protagonista.
Quel tizio che sir Alex Ferguson manda in campo con la stessa fiducia con cui un cieco manda avanti il proprio cane-guida.
Quel tizio che in 64 presenze con la nazionale del Galles è stato espulso solo una volta. E probabilmente quella volta lo ha pure chiesto lui all'arbitro perché in realtà doveva andare a cagare, ma la sua eleganza non gli permetteva di dirlo espressamente.
Quel tizio nominato dai tifosi come il terzo giocatore più forte della storia del club di Manchester.
Quel tizio che ha fatto un gol così:



Nel 1990 Ryan Giggs e Mario Balotelli hanno in comune solo i geni del calcio: uno è da poco un professionista, l'altro solo un piccolo individuo dal futuro incerto.
Dopo ventun'anni i punti in comune aumentano. Anche Balotelli ora è professionista, come Giggs. I due vivono nello stesso ambiente, nella stessa città e nello stesso campionato.
Eppure nel 2011 Ryan Giggs e Mario Balotelli continuano ad avere davvero in comune solo i geni del calcio: perché uno è da poco una leggenda, l'altro solo un giovane professionista dal futuro incerto.

(Qui Balotelli chiede simpaticamente allo stadio Meazza di stare in silenzio perché vuole fare uno scherzo a Moratti)

lunedì 21 marzo 2011

I MISSILI CHE PIACCIONO A NOI

In tempo di guerra (ma è sempre tempo di guerra, anche quando non appare) si sente un gran parlare di missili, testate, caccia, bombe, razzi, e di tante altre armi più o meno potenti sganciate nella comunicazione quotidiana con la stessa facilità con cui si parlerebbe dell'uscita di un film o di un libro.
Quel che conta non è informare sulle sorti di un paese in cui politicanti, dai fini doppi e tripli, si prendono il lusso di fare gli alti statisti, trattando sulla pelle dei cittadini; bensì ciò che vale è narrare i modi della guerra, suscitare pathos sulla scorta delle immagini delle scie lasciate dagli aerei, e sui suoni dei colpi sparati. Una narrazione che fa leva sull'impatto emotivo scatenato dai termini forti della battaglia in quegli ascoltatori che pensano ancora che la guerra sia un gioco coi soldatini di plastica, oppure un foglio di notizie buone per i futuri libri di storia.

E allora per protesta, contro lo sdoganamento della terminologia belligerante, io banalizzo tutto e porto questi vocaboli nel più sempliciotto ambiente calcistico. Traslando tutto l'arsenale che mi capiterà sotto mano, per una dissertazione sui bolidi scagliati verso le porte e i loro poveri estremi difensori in questi ultimi giorni.

Iniziamo da un colpo a salve. O, per meglio dire, un colpo che non ha mietuto  vittime, suscitando solo tanta paura in chi se l'è visto arrivare, sempre se l'ha visto arrivare. Parlo del sinistro al volo con cui il viola Juan Manuel Vargas ha tramortito la traversa della porta della Roma, indifesa da Doni, che ha chiesto al Brasile di rispondere a questo attacco del Perù, scambiando la prodezza di Vargas per un intervento militare.
Coordinazione perfetta per un siluro micidiale. Minuto 1.15 del video:


Se Vargas ha spostato lo stadio "Artemio Franchi" di qualche centimetro, noi invece ci spostiamo di qualche ora indietro, di qualche chilometro ad ovest, e verso qualche livello superiore dell'universo calcio, narrando la meraviglia con cui Dani Alves ha aperto le marcature sabato sera nella sfida tra Barcellona e Getafe.
Succede tutto al 17' minuto di gara, quando un non meglio identificato omino della squadra ospite respinge fuori dall'area di rigore un pallone figlio di mille carambole. La sfera non fa neanche in tempo a sfiorare l'elegante erbetta del "Camp Nou" che subito le si avventa contro il destro incazzato ed eccitato del terzino del Barca, Dani Alves appunto, il quale scaglia un proiettile ad una velocità tale che addirittura a fine partita sarà lo stesso pallone a presentare una denuncia nei confronti del brasiliano con l'accusa di maltrattamenti.
Il collo esterno del piede, autore del gesto violento, fa sì che la palla invada la rete con una traiettoria a uscire che sembra quasi dire al portiere del Getafe: "Ehi pippa non mi prenderai mai!...Eppure a distanza riesco a sentire lo stesso la puzza delle tue ascelle".
Ecco la perla:




E finiamo con un salto indietro di qualche giorno, saltando anche continente. Siamo nel quartiere di Almagro a Buenos Aires, Argentina, Sud America. Nello stadio "Pedro Bidegain" ci gioca il San Lorenzo, che sabato scorso affrontava in casa il sempre glorioso Boca Juniors.
Partita bloccata sullo 0-0, fino al minuto 65', l'istante in cui Aureliano Torres, paraguaiano e centrocampista di fascia sinistra del San Lorenzo, avanzando palla al piede un po' annoiato per la scarsa vivacità dell'azione, decide così dal nulla di far partire una saetta dai trenta metri.
Il tiro si mostra subito abbastanza incoerente e, mentre sembra destinato ad accarezzare l'idea della porta come un qualsiasi tentativo velleitario da parte di un disperato, finisce con l'infilare la palla alla sinistra del portiere del Boca Juniors, sorpreso e quasi offeso da tanta indisponenza.
Eccola la rete di Aureliano Torres, un bel razzo a lunga gittata:




Uno dei tanti, uno di quelli che piacciono a noi.




(Un uomo chiamato a mettersi in barriera su una punizione di Roberto Carlos, noto killer)