lunedì 16 luglio 2012

IMPERFETTO FUTURO: IL FOGGIA SPIEGATO AI POSTERI, E A ME STESSO


Ho 25 anni, da poco compiuti. E questa è una delle poche cose sicure della mia vita, le altre si possono quasi contare: sono mia madre, mio padre, le mie sorelle, un battesimo, una comunione, una cresima, un diploma di maturità, una patente, una laurea triennale e una quasi laurea specialistica. E poi una città di nascita, una fede e due colori: il rosso e il nero.

Foggia. Quante volte l'ho chiamata. Per burocrazia, per circostanza, per difendere ottusamente la terra dei miei genitori. Sempre con la stessa verità, anche negli sguardi più bui. Ma senza quei colori, senza quel rosso e quel nero, niente sarebbe stato com'è stato. Si dice "vivere di pane e pallone": non so se sia vero, so però di aver barattato molti pranzi domenicali per una partita. Quando si giocava solo di domenica, e la partita non era mai solo una partita, era una manifestazione d'orgoglio. Una festa di vita e di battiti.
I dettagli sono sempre la cosa più importante. Prendete i tamburi: senza di loro non avrei mai capito che lo stadio aveva un cuore che batteva, proprio come una persona, come un padre o un nonno o uno zio. Avevo 5 anni, non capivo nulla dell'euforia di incamminarsi verso viale Ofanto alla stessa ora ogni due settimane, ma bastava scendere dal portone di casa per iniziare a sentire un rombo di voci prendere vigore, e il TAM secco del tamburo chiamarmi in causa. Si, era proprio me che chiamava, l'avrei capito qualche anno dopo.
T'accorgi che qualcosa dentro di te è diverso quando non è solo più una partita di pallone, ma un rito, con quei simboli che da soli non sono più nulla, ma vivono solo nel contesto di quel racconto. Prendete il rosso e il nero: scusate la ripetizione, ma per me da allora sono stati e saranno sempre due mezzi colori, che esistono solo in funzione della loro unione, accanto a una scritta.

Foggia. Certo, lo ammetto, c'è sempre stato un grosso rischio: finire con l'identificare tutto con le storie di quel pallone che rotolava sull'erba. Ma anche qui la realtà è meno arida di quanto la vogliate immaginare; l'attaccamento a quella casacca è solo la manifestazione gioiosa ed appariscente di un sentimento forte di vicinanza con la propria comunità.
Non posso dirlo per tutti (spero anzi che qualcuno possa confermarlo per me), ma aldilà del serie A, del bel calcio e delle grandi ribalte, c'è sempre stato uno zoccolo duro che ha vissuto e vive tuttora la propria maglia come uno dei monumenti della propria città, una meraviglia da celebrare, una preziosità da curare. Si è vero, poi c'erano le partite, le sconfitte, le contestazioni, i fischi, ma a fine agosto le facce interroganti e speranzose del tifo rossonero sono sempre state lì, pronte ad un nuovo anno di donazioni, economiche e psicofisiche. Per una squadra con undici stronzi in maglietta rossonera e calzoncini neri. No. Per una passione con i piedi sporchi di follia.

Foggia. Se mi sforzassi forse potrei rammentare tutti i gol, i risultati, i torti arbitrali, le rimonte e le occasioni perse a cui ho assistito cosciente. Ma gli almanacchi in fondo sono pieni di questo, e poi i ricordi sono come i figli: ognuno c'ha i suoi, e una persona sana non li scambierebbe mai con quelli di un altro. Così, anche se so quanto sarebbe stato bello vivere certe stagioni del tifo rossonero, non mi lamento più di tanto perché in fondo ce le ho anch'io delle immagini indelebili appese alle pareti di questa fede.

Foggia. Novantesimo minuto; tuttoilcalciominutoperminuto; domenica sprint e domenica sportiva; pressing; e poi il televideo; le trasmissioni sportive locali e l'attesa di una scritta, di una notizia lieta, di un gol da un campo sperduto; le notizie sul giornale; i giocatori incontrati per la strada; la diretta serale. Ma prima di tutto il Pino Zaccheria, i cori, lo spettacolo coreografico che iniziava dai manifesti della partita trovati per le vie della città, la fila ai botteghini, l'età sempre un po' più bassa finché eri tanto nano da potertelo permettere, la mano di papà o di mio zio, il foglio sul seggiolino sporco, il bar strapieno alla fine del primo tempo, guardare la curva dalla tribuna, e poi tutta la partita in piedi, le preoccupazioni dei tuoi, lo sguardo fiero di chi riusciva a scovare il campo oltre le bandiere e i fumogeni, la voce timida che si gonfia dell'eco dei tuoi vicini. Dei tuoi fratelli.
Si. Perché così si chiama, e si chiamerà sempre, chiunque dividerà con me l'esperienza di questi colori. Offesi e sporcati, ma vivi. Anche adesso che non esistiamo per alcun campionato, che abbiamo davanti un futuro di polvere e posti vacanti, che dovremo dare fondo a nuove riserve per spiegare come diamine è che "andiamo ancora appresso al Foggia".

E ci ritroveremo, un po' cresciuti, sfiancati dalla crisi, logorati da uno sport che stanno smontando pezzo per pezzo e preoccupati per gli occhi di una città sempre troppo pronta alla resa, a ricordare ai nostri familiari e concittadini che non è che noi "andiamo appresso al Foggia": noi il Foggia lo sosteniamo!
Perché possono fallire le società, e chiudere le aziende; ma finché ci saremo noi, la parola "fine" sarà sempre un abuso di retorica.
Forza vecchio cuore rossonero.


domenica 1 luglio 2012

Neuro '12: GRAN FINALE e UN LIEVE ACCENNO SU SPAGNA-ITALIA

(finale)

SPAGNA - ITALIA 4 - 0
ovvero
LA VIA PER IL PARADISO E' LASTRICATA DI THIAGO MOTTA

Se dovessi usare un'ora dalla mia vita in questa domenica notte, ormai lunedì di inizio luglio, di certo non la spenderei per raccontarvi come si è sviluppata la batosta inflitta dalle furie rosse agli azzurri; né tanto meno mi imbarcherei in una disamina delle cause della sconfitta, anche perché tanto è colpa di Prandelli che ha convocato 23 giocatori solo perché costretto, visto che ad alcuni non ha neanche mai fatto scrivere il nome dietro la maglia tanto era sicuro che non avrebbero mai messo piede in campo.


Mi piacerebbe raccontarvi di questo Europeo, di come è cambiato il calcio, di come sono cambiato io per il calcio e di come sta malattia riesce ancora a toccarmi quelle corde nel profondo che fin ora solo la torta millesfoglie, Corrado Guzzanti e il video di Pamela Anderson e Tommy Lee avevano stimolato.
Mi piacerebbe descrivervi cosa diventa questa virus mentre cambiano le persone attorno a te, mentre cambi i posti e le amicizie, mentre allestisci scenari, coltivi follie e apparecchi passioni; mi piacerebbe farvi capire chi è quello che aspetta Inghilterra-Ucraina anche se sa le tante probabilità che ha di andare incontro a un pugno di noia nell'occhio; mi piacerebbe disegnarvi un quadro più o meno preciso della distensione muscolare che ti penetra quando le squadre scendono in campo, e tutte le paure e i buchi neri, le porcherie e i "matunonceri", i drammi finti e quelli veri, le responsabilità e i padri severi si diluiscono in una sostanza che ti anestetizza l'organismo, dandogli la possibilità di rifiatare.
E sai che prima o poi finirà, ma non te ne importa una minchia. Perché un tiro sfoga la frustrazione, una cross rappresenta, una veronica accresce l'autostima, una parata regala certezze, un gol conferma che ne vale sempre la pena, e un liscio poi consola come il più falso e buono degli amici: anche tu, se solo avessi voluto, ce l'avresti fatta. Ma nella vita serve pure la fortuna..


Sarebbe proprio il massimo se riuscissi a chiarirvi quanto è appagante condividere qualsiasi giocata con i vostri stronzi amici, seduti lì accanto, pronti a fare gli allenatori, gli ultrà, i commentatori, i cabarettisti, gli ex in cerca di un'ultima possibilità; o semplicemente gli spettatori.
Sarebbe straordinario se potessi decifrarvi cosa mi passa nella testa quando vorrebbero spiegarmi che non ha alcun senso esaltarsi per "undici cristiani in mutande che corrono appresso a una palla". Ed io non so argomentare nulla, perché la mia unica argomentazione sono io e la prossima partita che vedrò. Anche da solo, senza per forza coinvolgere nessuno. Al massimo scrivendoci poi due righe su.
Come ho fatto in questo mese. Per raccontarvi di questo Europeo, di come è cambiato il calcio, e di come sono cambiato io. Forse in peggio, sicuramente meglio del calcio.


Ma le trasformazioni o si piangono, o si raccontano. E a me piace molto scrivere. L'avrete capito, anche se non vi ho parlato della finale di questi Europei, della vittoriosa Spagna, e della probabile fine di un'era.
Per ora è sicura solo la fine di questa rubrica, e tanto mi basta. Buona estate e buona crisi.



(Alla fine l'avete visto ridere e piangere: siete contenti ora, cari giornalisti e commentatori? La vostra vita sessuale è migliorata? Vi hanno alzato lo stipendio? Non pagate più l'Imu? Quando la finirete di rompere il cazzo con ste boiate?)

giovedì 28 giugno 2012

Neuro '12: GERMANIA-ITALIA e LA BANALITA' DELLA STORIA

(semifinali)

GERMANIA - ITALIA 1 - 2
ovvero
NON SIAMO NOI I VINCENTI, SONO LORO CHE SONO PERDENTI

Italiani popolo di dementi. Gente senza futuro, e senza fine mese, si è mobilitata tra salotti e piazze per assistere e celebrare la possibilità di battere i tedeschi e regalarsi per l'ennesima volta la finale di un trofeo prestigioso come il Campionato europeo di calcio. Italiani, drogati di euforia finta e dannosa più di un tiro di coca tagliata male.
Italiani, date retta a sto coglione che scrive: festeggiate! Godete, ridete e cantate. Se vi frega, è chiaro. Sennò state a casa, andate al cinema, scopate, curate le piante, tagliatevi le vene, qualsiasi cosa; qualsiasi cosa, ma non date lezioni di moralità a chi si permette di essere felice per una vittoria sportiva. Non abusate della voglia degli altri di darvi retta, non strumentalizzate il dolore per un bieco tornaconto di coscienza che vi sarà riconosciuto solo momentaneamente, ma di cui in realtà non frega un cazzo a nessuno. Perché a nessuno fotte di voi e dei vostri punti di vista da segugi dell'intelletto; gli uomini campano anche di sensazioni ed emozioni condivise, e stasera il calciofilo italiano ha avuto quello che si meritava. Ed è giusto che si trastulli. Stop. La premessa era d'ordinanza, e ho voluto dedicarla a voi perché mi fate pena. Perché io mi farei pena se godessi nello screditare gli entusiasmi altrui. Stop, stavolta davvero: qui si parla di calcio. E di banalità.


Come la superiorità dell'Italia sulla Germania, a tratti di una semplicità inenarrabile. Come è banale il fatto che chi si ricorda di segnare, molto spesso poi alla fine vince. Come mi sembra banale adesso che quasi all'inizio della partita ammetto a me stesso, e solo a me stesso perché almeno se mi dico una cazzata poi lo so soltanto io, che forse stasera la Germania la battiamo nei 90minuti così senza troppe storie, come è d'altronde legale vincere le partite senza dover ricorrere per forza alla storia, all'epica, al racconto che stabilisce almeno tre ore di gioco e colpi di scena da sfibrare anche il cuore più tonico.
I tedeschi oltretutto partono forte; cioè arrivano dalle parti di Buffon e fanno caciara. Il nostro numero uno pare deciso a voler mettere subito la partita in salita, per favorire la giusta tensione nei suoi compagni: così prima esce in aria a cercare nespole favorendo il colpo di testa di Hummels, salvato miracolosamente sulla linea da un globulo bianco di nome Pirlo; poi respinge un cross di Boateng sui piedi del povero Barzagli, facendogli rischiare a lui un'autorete e a noi la scomunica definitiva.
Poi c'è quel doppio infisso di Balzaretti che salva un gol sicuro di Podolski con una chiusura che vale un rigore parato, e poi c'è Kroos che saggia i pugni di Buffon, e poi.. BUM!


All'improvviso, su quella fascia destra tedesca che fa sembrare Cassano una specie di Marc Overmars dei bei tempi, il barese scherza il solito crucco acquisito Boateng e un altro capellone senza gloria, e col sinistro pennella una palla che pare l'avance di un'attrice porno. O almeno così la vede Balotelli, visto che non se la lascia sfuggire; mentre Badstuber invece resta a parlare al telefono con la mamma, che non sentiva da tanto. 1a0 per noi.
Khedira cerca immediatamente il pareggio con un destro al volo che si crede Gullit, ma trova buoni riflessi di Buffon, che al netto della retorica stucchevole e del suo essere fascista, resta un gran bel portiere. I teutoni allora riprendono vigore, si calano di nuovo sulle nostre circoscrizioni, e così all'improvviso, quasi come per la suonata di campanello di un testimone di geova, ecco che si ritrovano inculati nuovamente. E se alla prima avevano provato un pochettino di piacere inconscio, sta volta fa male e basta.
Succede che Montolivo, casuale portatore di piedi educati, non sa che fare della palla, e da una ventina di metri dietro la metà campo si inventa un lancio al pompino per Balotelli che non è in fuorigioco. SuperMario scappa da solo verso la porta di Neuer, e appena all'ingresso dell'area di rigore gli toglie la smorfia di perfezione con un collo destro di piombo e cemento. 2a0 per lui.


Non crediamo ai nostri occhi, fortunati di non dover credere alle nostre orecchie perché la telecronaca non la ascoltiamo granché. Il secondo tempo arriva con le giuste credenziali di sofferenza. I bianchi di Loew si scagliano anima, corpo e gel nella nostra metà campo, causandoci ripiegamenti a strafottere e interventi al limite. Ma i quattro dietro, compreso Bonucci che non ho ancora nominato, spalano la merda come se avessero sempre vissuto in un porcile. Con una tranquillità ai limiti dell'eleganza.
A centrocampo Pirlo fa il telecomando del giocattolo, e De Rossi e Marchisio sono due batterie inesauribili. Lo juventino poi avrebbe pure l'opportunità di triplicare in un paio d'occasioni (come pure Di Natale e Diamanti, entrati al posto di Balotelli e Cassano), ma la lucidità non si compra di certo per strada a Varsavia. Però si comprano ottimi infarti. Così, dopo tanto predominio sterile dei metricubi arretrati, ecco un innocente fallo di mano di Balzaretti trasformarsi in un rigore che Ozil realizza svegliandosi, e riprendendo subito dopo a dormire dall'altro lato.
2a1 a due minuti dalla fine. Niente per un cronometro, una vita per noi che guardiamo. Con Neuer che lascia anche la porta sguarnita e si esibisce in colpi di testa, rinvii e lanci millimetrici tutti finiti nel nulla. Così alla fine, quando nel clamore generale l'arbitro fischia addirittura la fine, noi stupiti ci lasciamo andare a sospiri di sollievo e divertenti lanci di bottiglie di vetro contro dei ragazzi tedeschi nel frattempo impalati.
Abbiamo vinto, e ce lo siamo meritati cazzo! Siamo felici, lo ammetto. Ma il calcio è uno sport, e nello sport si vince e si esulta. Anche se fuori c'è la crisi. Anche se dentro sai che non durerà poi così a lungo. 

(Tifose tedesche sconsolate: al pub avevano finito la doppio malto)

mercoledì 27 giugno 2012

Neuro '12: PORTOGALLO-SPAGNA 2 - 4 (ai rigori)

(semifinali)

PORTOGALLO - SPAGNA 2 - 4 (ai rigori)
ovvero
VIVI E LASCIA TIRARE IN PORTA

Nel mondo esistono due tipi di partite: quelle combattute ma senza reti, e quelle piene di gol ma solo perché le due squadre hanno in difesa dei fustini del dash. E poi ci sono le partite come Portogallo-Spagna, brutte a prescindere, brutte con dolo. Da una parte ci sono i meno forti lusitani che a ragion veduta devono mettere in campo più attenzione che spregiudicatezza, dall'altra parte ci sarebbero i campioni del mondo che porco il demonio comandano la gara come io comando i miei peti, lasciandoli ammutinare in strade deserte o ascensori in via di occupazione. Il risultato è uno schiaffo alla bellezza dello sport, dell'ozio sul divano e delle prese per culo a quelli che guardano il wrestling.
Il motivo è presto detto. Ecco il Portogallo: luccicante nel suo centrocampo in continua ascesa, mirabolante nella sua coppia di ali velocissime, impreziosito dalla struttura arcigna del suo reparto arretrato. Ecco: la squadra di Paulo Bento, appunto, semplicemente non ha mai tirato in porta in tutta la partita. Mai dentro lo specchio delimitato dai pali. Mai addosso a Casillas. Mai addosso alla Carbonero. Mai dove serve che vada la palla. Si può tranquillamente dire che l'uomo più pericoloso del Portogallo sia stato Pepe; anzi, sicuramente lo può dire Xabi Alonso dopo la ginocchiata a timbro postale presa nei reni dal suo compagno di arti marziali nel Real Madrid.
Quindi ecco la Spagna: i titolari di tutti trofei che contano; quelli che fanno calcio, quelli che Piquet con quei piedi potrebbe fare il regista, quelli che giocano senza attaccante perché hanno tanta di quella buona fattura in avanti che prima o poi sicuramente qualcuno farà la giocata sublime che qualcun altro tramuterà in gol facendo sembrare il tutto un gioco da ragazzi, ma sempre dopo aver fatto toccare la palla almeno una volta a tutti gli undici in campo, alla panchina, a quelli che potevano essere convocati, alle vecchie glorie e ad Jaime Felipe Martinez-Bordiù, il nipote di Francisco Franco. Ecco: la squadra di Del Bosque ha centrato per la prima volta il numero uno portoghese ad un minutaggio che le cronache dei pochi coraggiosi svegli dicono attestarsi verso il 65', se non oltre. E fosse solo quello. Sono stati pure capaci di soffrire un avversario che schierava nel fronte offensivo un agente di Tecnocasa travestito da attaccante per l'occasione, e perché dopo c'era una festa in un locale per scambisti di Donetsk.
Noia, noia, noia: un solo coro si è levato al cielo; anche quando "monopiede" Arbeloa ha scheggiato la traversa con un piattone predestinato; anche quando Sua Maestria Iniesta ha cercato l'incrocio con un destro a giro; anche quando Cristiano Ronaldo sibila vicino al palo un sinistro buono solo per gli highlights di Studiosport; anche quando Collovati, dopo un'ammonizione a Sergio Ramos, dice che i difensori spagnoli sono lenti e non tengono il passo di Cierresette e Nani, però poi nel secondo tempo Sergio Ramos riesce a fermarlo e si scopre che non è veloce come Cr7, ma quasi; e pure anche quando Collovati dice che qualsiasi cosa succeda lui l'ha un po' anticipata. Come io posso anticiparvi che sto per andare a capo.
Infatti. Infatti manco nel secondo tempo succede un cazzo. Se non che Hugo Almeida scaglia una bolide verso la porta di Casillas, ma solo per destare i sospetti sul suo utilizzo in campo da parte di Paulo Bento, che intanto si è scoperto essere il sosia di Erdogan Atalay, ovvero Semir, il poliziotto nano di "Squadra speciale Cobra 11". Verso il novantesimo il fuoriclasse delle mie palle CristianoRonaldo avrebbe pure l'opportunità di provare a regalare la finale ai suoi, ma vanifica un buon contropiede con un sinistraccio da atleta poco lucido. Forse avrebbero dovuto fargli contare i passi, povera stella!..
Si arriva ai supplementari con Del Bosque che ha messo tutti tranne quelli che di mestiere fanno i gol; "El nino" Torres addirittura pare stia ancora scontando una multa per aver tirato troppe volte contro l'Irlanda. E' una questione di rispetto, su queste cose di gruppo il ct non transige. Così fa entrare Fabregas, che almeno si vede e si sente; mette Pedro, che si sente; e inserisce pure Jesus Navas, che aveva appena chiuso il suo chiosco di merendine scadute che le ragazzine comprano solo perché lui ha gli occhi azzurri.
Paulo Bento prova a cambiare le carte in tavole con Nelson Oliveira, Custodio e Varela, ma purtroppo neanche i compagni sanno chi siano e in che ruolo giochino. In tutto questo, la Spagna riprende in mano l'idea che le partite si possano anche vincere e prova ad attaccare un po', approfittando della recessione del Portogallo. Ma solo Iniesta impensierisce davvero Rui Patricio, mentre Jesus Navas non sa come si fa, e Pedro quando entra con la palla in area sembra sempre un tipo capitato lì per caso.
Poi i rigori, la mala sorte che si abbatte su Bruno Alves, e il solito ultimo rigore preciso di Fabregas, come con Buffon ai quarti di Euro 2008. Ma le cose sono cambiate: a parità di fortuna, questa Spagna è poco più che una buona squadra di talenti annoiati dalla gloria.

(Ecco Fabio Coentrao che consola l'ascella di Paulo Bento)

lunedì 25 giugno 2012

Neuro '12: di INGHILTERRA-ITALIA, DI CANZONI E DELLA SERA

(quarti di finale)

INGHILTERRA - ITALIA 2 - 4 (dopo i rigori)
ovvero
IL CALCIO E' L'OPPIO DEI POPOLI. ED IO VORREI FUMARE PIRLO.

Recupero le forze, qualche idea nascosta tra un velato sudore e la convinzione di star facendo una cosa inutile, che in tanti hanno già fatto o stanno facendo, e che mi occupa tempo che potrei dedicare alla tesi, o al mio compleanno che è oggi, o alle primarie del Pd, o al porno di Sara Tommasi, o a dormire.
Non c'è nulla che tutto il mondo non abbia già provato a raccontarvi. Nulla, tranne le cose che ho vissuto io ieri in prima persona, ad esempio mentre De Rossi prendeva il palo con un sinistro al volo che di solito è il preambolo a una partita dove va tutto storto, ed io ero fuori a una sorta di "Spizzico" giapponese, e sono entrato a fingere di fare la fila per vedere il replay, intanto che le urla facevano dire ai passanti: "si sarà spenta qualche tv". Si, bella spiegazione.


"LE RAGAZZE CON CUI ESCO HANNO TUTTE UN INCUBO NEL CASSETTO".
Cantano dal palco, eh si perché intanto siamo entrati al concerto. Gente a cui interessa la partita, gente a cui strasbatte dell'Italia, gente che non sa cosa scegliere, e poi noi: un occhio all'orecchio, e uno alla botte, che per l'occasione è un maxischermo. Così facciamo in tempo a vedere, nell'ordine: prima Balotelli che arriva davanti ad Huckleberry Hart, ma si fa rimontare da Terry che non detiene il record sui 110 ostacoli neanche alle Olimpiadi del cortile di casa sua; poi Balotelli che entra in area con una palla a mezza altezza e la tira addosso ad Hart perché sono amici e si divertono così quando sono nudi nella hall del loro bordello di fiducia; quindi Balotelli che, servito da un colpo di testa che non ti aspetti di Antonio Milza Cassano, a due metri dalla porta riesce a non segnare e incazzarsi comunque molto bene con se stesso.


"CI SARA' POSTO PER LA MIA BIOGRAFIA FUORI DAI LIBRI DI PSICHIATRIA".
L'attenzione per il concerto c'è, qualche bestemmia del cantante pure, solo l'Inghilterra c'è un po' meno a quanto pare. A far fare bella figura a questa Italia ce ne vuole, e se è vero che non ci muoviamo bene in campo, loro comunque sembrano il vestito elegante di un defunto. E il defunto è Hodgson, soltanto ancora non lo sa. Il secondo tempo è un'altra frazione di maledizioni, a maggior ragione perché riusciamo a vederlo tutto. Al 5' o 6' minuto, non ricordo di preciso, ecco la scossa che decide la partita, che cambia tutta la serata: mettono l'audio al maxischermo. La voce di Dossena esordisce subito con un "Non dobbiamo scherzare col fuoco" degno dei peggiori discorsi alla nazione di Cossiga. Io mi gratto, Prandelli pure si tocca le parti intime, Barzagli fa lo stesso con quelle di Bonucci, Rooney si gratta il parrucchino ma solo perché gli da' fastidio, Hodgson si gratta il naso per togliersi una caccola del 1995, e in tutto questo De Rossi sguazza come un'ape tra le pozzanghere inglesi e solo a tre metri dalla porta manca il gol svirgolando il sinistro.
Balotelli si offende e dimostra di non essere da meno: ottimo stop, e di nuovo tiro formato scoreggia a far fare bella figura al portiere inglese nipote degli attori di Trainspotting. Ma ecco che sulla ribattuta si avventa come un falco Montolivo in pigiama, che cerca di segnare con uno dei suoi colpi migliori: usando un cuscino.
Niente. Intanto stanchezza e cambi prendono il sopravvento sul gioco e sulle wags, esce Cassano per Diamanti, esce De Rossi per Nocerino, ed esce la mia speranza ed entra Maggio. Poi Rooney ci prova con una rovesciata su sponda di Lungomare Carroll, ma la palla finisce alta.



"SE IO FOSSI BUIO COME IL SOLE MA PERCHE' MAI DOVREI IO ABBEVERARE CON IL MIO SPLENDORE IL VENTRE DIMAGRATO DELLA TERRA".
Iniziano i supplementari , e riprende il concerto. Il cantante avrebbe da ridire: "il calcio è cambiato, non è più quello di vent'anni fa". Si ok sono d'accordo con te, ma neanche i cartoni animati, i professori universitari e le gomme da masticare sono più le stesse, ognuno ha avuto quel che non si meritava. E comunque è tornato il muto, e la maggior parte della gente segue il concerto. Anche Hart, che non si accorge di un tiro cross sbagliato di Diamanti e accompagna la palla fuori mentre la palla non lo caga proprio e va invece sul palo. Perché Hart puzza. Finisce il primo tempo supplementare.


"E' COLPA MIA SE SIAMO DIVENTATI INDIFFERENTI, PIU' POVERI PIU' TRISTI E MENO INTELLIGENTI, PERCHE' NON MI CURO DELLE TUE SPERANZE".
Secondo tempo. Ancora si gioca, e ancora si canta. Nocerino, che già stava segnando un gol strafigo, ne fa uno buono che poi tanto buono non è perché è in fuorigioco. Ok non si capisce più nulla, c'è solo la resa all'ennesimo capitolo Italia-Sfiga ai rigori! In tutto questo il cantante dal palco inizia a tirarci un pacco un po' retorico sulle multinazionali del petrolio. Tutto giusto, ma forse nel momento sbagliato, o quantomeno in quello di minore attenzione? Fatto sta che si svolge lo sguardo ai rigori. E lì è la fine, e poi di nuovo l'inizio.
Balotelli c'è, condito dal solito patema d'animo; Montolivo si caga subito fuori dal pannolino, poi segna Rooney, andiamo sotto; Pirlo allora decide che per essere il più grande devi fare quello che gli altri non fanno, disegna un pallonetto lì dove il portiere potrebbe essere ma non è, e poco dopo Ashley Young si decide a spaccare la traversa, siamo di nuovo pari; gol di Nocerino; continua la guerra degli Ashley, con Cole che si finge Michele Serena e tira una caghetta dove arriva persino Buffon, cazzo siamo in vantaggio!


"AVREI VOLUTO DIRTI TANTE COSE, SOLO CHE LA PIU' IMPORTANTE NON ME LA RICORDO PIU' ".
Diamanti sul dischetto. Cioè adesso so che è Diamanti, ma durante il concerto, senza audio tv, e sommerso tra teste, non potevo capire nulla. Tranne che ad un certo punto la palla entra, e l'Inghilterra calcisticamente e fondamentalmente suca. Sono abbracciato agli sconosciuti d'ordinanza, che non mi permettono di raggiungere i miei amici. Illusi e contenti, abbiamo guardato sempre dall'altra parte, e continueremo a farlo quando ne varrà la pena. In fondo l'Italia ha vinto, nonostante Maggio.



(In questa foto la tipica sobrietà della democrazia)